Marina Abramovich: The Cleaner.

Marina Abramovich: The Cleaner. 

Riflessioni sulla mostra a Firenze di Marina Abramovich. 

Fino al 20 Gennaio 2018 è possibile visitare a Firenze a Palazzo Strozzi la mostra di Marina Abramovich intitolata “The Cleaner”. L’artista è ben nota per le sue performance “forti”, dove spesso l’artista fa del proprio corpo un oggetto dell’esibizione, spesso auto-infliggendosi dolore fino alla sua sopportazione. Quando non è il suo corpo, o lei stessa, a essere al centro della scena, Marina Abramovich crea comunque installazioni che escono fuori dall’immaginario comune che tutti noi abbiamo dell’ “oggetto d’arte” e sfida le nostre aspettative circa il contenuto di una mostra temporanea, nonostante Palazzo Strozzi ha una lunga storia di allestimenti non convenzionali, come quello dell’artista cinese Ai Weiwei. 

Vita ed esperienze

Partiamo dunque da capire chi è Marina Abramovich e quale storia ha alle spalle. In primo luogo, il posto dove Marina nasce non è casuale ai fini della sua arte: nasce in Serbia, a Belgrado, nel 1946. È nipote di un patriarca della chiesa ortodossa serba, successivamente proclamato santo. Entrambi i genitori furono partigiani della seconda guerra mondiale. Marina Abramovich è stata poi fortemente influenzata dalle situazioni di devastazione, dolore e morte create dalle guerre nei Balcani tra il 1991 e il 2001.  Marina si forma all’accademia di belle arti di Belgrado, e successivamente, nel 1976 lascia la Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam. Qui inizia una relazione sia artistica, sia come compagna di vita, con l’artista tedesco Ulay, con il quale effettua anche alcune performance. 

Il concetto di “performance art”

Partiamo proprio dalla “performance”: parola chiave per capire il modus operandi dell’artista. Le sue   “performance art” non è un oggetto immobile ma un evento, spesso all’interno del quale è coinvolto anche lo spettatore, spesso anche a livello fisico. Quando lo spettatore non è coinvolto fisicamente, è decisamente coinvolto a livello emotivo. Per spiegare fino a che punto Marina Abramovich si spinge con le sue performances, è utile raccontarne qualcuna. Una di quelle che hanno fatto più discutere è senza dubbio Rhythm 0, tenutasi a Napoli nel 1974. Qui l’artista, al centro di una stanza dove erano presenti coltelli, corde, forbici e persino una pistola, spiega agli spettatori che per sei ore sarebbe rimasta immobile e ognuno avrebbe potuto arrecarle ferite utilizzando gli oggetti presenti. Dopo un’iniziale titubanza gli spettatori cominciarono effettivamente  a utilizzare alcune delle armi, come ad esempio un rasoio, provocandole delle ferite nel collo. Arrivarono poi addirittura ad armare la pistola e a metterla nella mano della stessa Marina, probabilmente per vedere se l’artista fosse arrivata a premere il grilletto. Dopo sei ore di performance, verso le due di notte, il gallerista dichiarò terminata la performance e Marina si rivestì (non aveva più indumenti nella parte superiore del corpo) e smise di essere l’oggetto della performance per tornare a essere se stessa. Come la stessa artista racconta, al momento in cui tornò a essere Marina Abramovich, tutti gli spettatori uscirono rapidamente dalla stanza, probabilmente non sopportando la colpa di avere “abusato” pericolosamente di un corpo inerme, che in quel momento aveva invece riacquistato la sua dignità di persona. L’obbiettivo della performance era vedere fino a che punto l’essere umano può spingersi nella sua insensata crudeltà e nella sua ricerca dello scontro, del dolore e della prevaricazione dell’uno sull’altro, tutti elementi presenti in qualsiasi conflitto che sia mai esistito sulla terra. 

Un’altra performance, stavolta più recente, riguarda un semplice esperimento: quello di guardare fisso negli occhi uno spettatore fino a che questo non si sarebbe alzato. Marina ha guardato negli occhi decine di persone quando effettuò la performance a Bologna, al MoMa nel 2010. Dopo decine di visitatori, si sedette davanti a lei il compagno di una vita, Ulay. Quando Marina riaprì gli occhi, non riuscì a trattenere le lacrime. I due ruppero la barriera che fino a quel momento si era creata tra i due protagonisti ai capi del tavolo, immobili fino a quel momento, e si avvicinarono per stringersi le mani, commossi.

Marina Abramoch e noi

Sull’arte di Marina Abramovich, e sul fatto stesso di definirla arte, si sono spese molte parole e molte critiche.  Esperimenti così estremi provocano emozioni molto diverse da persona a persona, ovviamente riflettendo le diverse sensibilità di ognuno di noi. Quello su cui occorre riflettere,  che ci sembra inconfutabile, è che l’artista punta decisamente a scuotere lo spettatore, portarlo ad una reazione, ad una riflessione sulla natura umana e le sue relazioni, o le sue reazioni. Che ci riconosciamo o meno nella sua arte, Marina Abramovich ci sveglia violentemente dal torpore quotidiano di indifferenza nella quale affondiamo ogni giorno di più. Andare a vedere la mostra a Palazzo Strozzi non solo è un’occasione per scoprire una delle artiste contemporanee più discusse, ma diventa un’occasione per scoprire un po’ di più noi stessi, dato che ci troveremo donati a situazioni che mai prima nella vita abbiamo affrontato. 

 

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