IL MUSEO DI CAPORETTO, TAPPA OBBLIGATA PER OGNI VIAGGIATORE

foto del Direttore (courtesy of Martin Šolar)

Caporetto non è soltanto un borgo suggestivo, immerso nella natura della Slovenia. È una delle capitali, spirituali e storiche, d’Europa. Perché qui, nel 1917, in uno degli autunni più tragici e sanguinosi della civiltà umana, si combatté la battaglia di Caporetto (o dodicesima battaglia dell’Isonzo): uno scontro dove persero la vita decine di migliaia di soldati italiani, austro-ungarici e tedeschi, e che per poco non cambiò il corso della Grande Guerra.

A Caporetto sorge l’omonimo museo, il Kobariški muzej. Una tappa chiave per chiunque voglia conoscere la storia del Vecchio Continente, e scoprire il volto della guerra, lontano dalla propaganda e dalle oleografie. Un museo premiatissimo (in Slovenia e in Europa), rigoroso, oggettivo; adatto sia agli storici e agli appassionati della Prima Guerra Mondiale, sia alle scuole e alle famiglie desiderose di conoscere meglio il passato italiano, ed europeo.

In questo post, alcune high-lights di una chiacchierata che abbiamo avuto con il nuovo direttore del museo, Martin Šolar.

In primo luogo direttore, ci racconti un po’ di lei…

Sono di Bled, quindi delle Alpi Giulie, anche se dalla parte opposta rispetto a Caporetto. Ho lavorato per 25 anni al Parco nazionale del Triglav, di cui sono stato anche il direttore. E già questo è stato un modo, se vogliamo, per avvicinarmi alla Grande Guerra: infatti il Parco del Triglav preserva naturalmente il patrimonio naturale, ma anche quello culturale e storico, in particolare quello relativo alla Prima Guerra Mondiale.

Basti pensare al Monte Nero, ad esempio. E così per 25 anni ho collaborato anche con il Museo di Caporetto e le persone che ci lavorano, o hanno lavorato qui. Ci conosciamo da molto prima che diventassi il direttore, insomma [ride]. Inoltre, negli ultimi due anni e mezzo sono stato il direttore del WWF Adria, che si occupa di tutta l’area dell’ex Jugoslavia, dalla Slovenia all’Albania, alla Serbia e così via. Quindi ho un’esperienza di management piuttosto solida. Sulla Prima Guerra Mondiale, invece, non sono un esperto, non sono uno storiografo. Intendiamoci, conosco l’argomento, ma trovo che il mio ruolo non sia quello dell’esperto, e del resto qui ci sono persone molto più preparate di me a tal proposito [ride]. Il mio compito è di permettere allo staff di lavorare al meglio delle sue possibilità. Inoltre fanno parte del mio comitato consultivo anche il precedente direttore e altre persone che hanno lavorato qui e ora sono in pensione. Rispetto moltissimo il lavoro che hanno fatto, e penso che il loro bagaglio di esperienze non debba andare perso.

Perché un turista italiano dovrebbe visitare il museo di Caporetto?

Questo museo è stato istituito nel 1990, ormai quasi trent’anni fa. Quindi credo che sia un’eredità importante da conoscere di per sé! Ma soprattutto, qui raccontiamo le storie delle persone che sono andate in guerra, persone di diverse nazioni che hanno vissuto sulla propria pelle la battaglia dell’Isonzo e i due anni e mezzo di guerra che questa zona ha passato. Eventi che hanno avuto un impatto enorme sulle persone che vivevano qui, e in un certo modo ce l’hanno ancora. E le storie dei soldati che sono stati qui, di tutti loro, sono importanti. Questo è il grande valore del museo, ed è anche il motivo per cui bisognerebbe visitarlo.

Quest’anno si celebra il centenario della fine della Prima Guerra mondiale. Pensa che i popoli d’Europa abbiano imparato la lezione?

Lo spero davvero. Ma purtroppo no, credo che non abbiamo imparato abbastanza. Ed è così importante conoscere la storia dell’umanità, esplorarla, senza ripetere gli errori che sono stati commessi. Dal punto di vista tecnico, la Prima Guerra Mondiale è davvero interessantissima. Così lontana da ciò che accade oggi: nel 2018 solo schiacciando un bottone si può distruggere qualcosa a migliaia di chilometri di distanza. È davvero incredibile anche solo pensare agli aspetti logistici della Grande Guerra: quando si dice che qui ci furono decine di migliaia di soldati è veramente difficile capirlo e immaginarlo. Ma il Museo di Caporetto mostra e spiega proprio quella storia, anche sotto questi aspetti.

Quali sono i punti di forza dell’esposizione? Caporetto fu, come scrisse John Keegan, un “Blitzkrieg in the Mountains”…

Esatto, gli esperti concordano nel considerare la tattica che in tedesco si chiama “Blitzkrieg” una tecnica di combattimento classica, quasi da manuale. E qui al Museo di Caporetto c’è una fantastica spiegazione visuale di come si svolse la battaglia. In tre minuti mostriamo cosa accadde qui in quei fatidici tre giorni del 1917. Inoltre ogni qual volta riceviamo un gruppo di almeno 15 persone noi offriamo al gruppo una guida senza alcun costo oltre a quello del biglietto. Le nostre guide sono persone del posto, i loro nonni hanno partecipato alla Prima Guerra Mondiale, l’hanno vissuta in prima persona. Così ognuna di loro può raccontare delle storie tramandate attraverso un secolo, un patrimonio di immenso valore, che viene dal cuore.

Perché un insegnante di storia dovrebbe portare i suoi studenti al vostro museo?

Perché qui troveranno un’esposizione, diciamo, classica. Un’esposizione senza molti strumenti tecnici e sofisticati, ma ricchissima di storie personali che potranno ascoltare direttamente dalle nostre guide. Ovviamente c’è un’introduzione che apre la visita, per dare un’idea complessiva dell’evento. Ma soprattutto abbiamo una grande quantità di immagini, e poter guardare delle foto scattate durante la guerra, cento anni fa, è un’esperienza davvero unica.

Avete qualche evento in programma?

Beh, come ogni anno il 1° di agosto si terrà il grande concerto delle bande militari nella piazza principale di Caporetto. E poi stiamo preparando una nuova esposizione che inaugureremo in novembre, alla fine del centesimo anno dalla fine della Prima Guerra Mondiale.