Il Castello della Manta tra il fascino di dame e cavalieri

Il Castello della Manta tra il fascino di dame e cavalieri

La cittadina di Manta, nel cuore della provincia cuneese, custodisce preziosamente un gioiello culturale di valore che oggi è gestito ed utilizzato per iniziative culturali dal FAI, il Fondo Italiano per l’Ambiente. Si tratta del massiccio castello appartenuto a Valerano, figlio illegittimo del Marchese Tommaso III. Amante del gusto e della sofisticatezza, egli ne ampliò la struttura e fece decorare gli interni. Creò anche un piacevole giardino esotico, trasformando l’edificio in una raffinata dimora signorile del primo ventennio del XV secolo.

La sala che sorprende maggiormente è quella Baronale, affrescata da Giacomo Jaquerio su commissione dello stesso Valeriano durante il periodo di maggior splendore della corte saluzzese. La vera attrattiva consiste nei dipinti dei nove Prodi e delle nove Eroine che rappresentano le aspirazione di un elegante mondo cortese imbevuto di ideali cavallereschi. Il salone inoltre contiene la celebre raffigurazione dell’allegoria della “Fontana della Giovinezza” che, dovrebbe essere stata dipinta da un allievo o dal nipote dell’artista. L’acqua è un vero e proprio topos della letteratura sia classica che medievale, in quanto è l’elemento vitale da cui nasciamo. Associato spesso al liquido amniotico, quest’elemento è vita, in quanto è indispensabile per la sopravvivenza.

Secondo le leggende di cui si narra nei romanzi medievali, in particolare in Bestiaire, scritto da Filippo di Thaon nel 1119, la fontana, come suggerisce il nome stesso, donerebbe giovinezza a chi vi si disseta. Al centro la tazza è ricoperta da un baldacchino gotico, preso d’assalto dalla gente che arriva da sinistra. Si tratta di vecchi decrepiti, ormai quasi sul punto di morte. Si immergono nell’acqua e, come d’incanto, escono dal lato destro della fontana giovani e rinvigoriti, e si possono dedicare alla conquista delle fanciulle. La guarigione miracolosa e la presunta immortalità richiama indubbiamente il Sacro Graal, la coppa da cui Cristo bevve durante l’ultima cena. Sempre stando alla leggenda, questo calice donerebbe salute e salute e prosperità a chi ha la fortuna di attingere ad esso.

L’altra sala importante è quella delle Feste, edificata durante il XVI secolo. Sul soffitto è raffigurato un tema appartenente all’età classica: il profeta Elia che viene rapito in cielo su un carro di fuoco. A lato ci sono due tondi: nel primo sono rappresentati tre piccoli angeli, e nel secondo il globo terrestre. Attenzione però, è necessario non farsi scappare un piccolo particolare: la mappa non è fedele all’epoca, in quanto riporta, in modo del tutto approssimativo, l’Antartide. Questa terra è stata scoperta solo nel 1773, e le prime esplorazioni risalgono alla metà del XIV secolo. La raffigurazione rientra nella categorie delle “mappe impossibili” che, stando a studi approfonditi effettuati su tale argomento, mostrano terre non ancora conosciute.

Per ultima, non di certo per importanza, è la sala delle Grottesche, che risale ai tempi di Michele Antonio, marchese di Saluzzo dal 1504 al 1528. La celebre volta riccamente decorata ed il pavimento molto particolare, a tarsie marmoree, fanno di questa stanza la preferita di restauratori ed artigiani, che visitano il Castello esclusivamente per questi particolari che, all’occhio del turista, ovviamente sfuggono o passano in secondo piano.

 

Krizia Ribotta

Giornalista freelance laureata in traduzione. Giovane 26enne con la passione per la scrittura e l’informatica, da anni collabora con siti, testate giornalistiche e blog in qualità di copywriter e traduttrice.

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